Luigi Cherubini
Requiem in Do minore
Questa partitura è divisa in sette movimenti: Introitus et Kyrie, Graduale, Dies Irae, Offertorium, Sanctus. Pie Jesus, Agnus Dei e non appartiene al consueto Requiem canonico. Solenne e grandiosa la conduzione di Riccardo Muti con la Philharmonia Orchestra e il Coro Ambrosian Singers. Impressionante la resa degli ottoni e percussioni all’inizio del Dies Irae e gioioso il consecutivo Offertorium. Un plauso al Coro per la splendida interpretazione di questo spartito ingiustamente dimenticato. Registrazione in DDD effettuata nel 1982. Altamente raccomandato.
Composto nel 1815 per volere di Luigi XVIII (in onore del fratello Luigi XVI giustiziato vent’anni prima), il Requiem fu eseguito nella chiesa di St. Denis a Parigi il 21 gennaio 1816. La partitura impressionò particolarmente i coevi e divenne modello per i compositori, che ne apprezzavano la scrittura elegante, l’intrinseca mestizia, nonché l’assenza di un deprecabile tono celebrativo. Più di quello di Mozart, il Requiem di Cherubini piaceva a Beethoven che affermava: «Un Requiem deve essere una commemorazione malinconica dei morti. Deve essere una musica calma; non c’è bisogno della tromba del Giudizio: la commemorazione dei morti non richiede strepito». Cherubini, dunque, sceglie il tono solenne e distaccato di una composizione scritta per l’umanità, rifuggendo da accenti patetici o malinconici che avrebbero conferito un carattere intimo, estraneo alle idee del compositore. Del resto non compaiono voci solistiche, perché la loro presenza avrebbe interrotto l’effetto della collettività in preghiera, concentrando troppo l’attenzione su singoli elementi, mentre è il “tutti”, a costituire la dimensione oggettiva che sta alla base della composizione.
Riccardo Muti
Requiem in do minore
Composto nel 1815 per volere di Luigi XVIII (in onore del fratello Luigi XVI giustiziato vent’anni prima), il Requiem fu eseguito nella chiesa di St. Denis a Parigi il 21 gennaio 1816. La partitura impressionò particolarmente i coevi e divenne modello per i compositori, che ne apprezzavano la scrittura elegante, l’intrinseca mestizia, nonché l’assenza di un deprecabile tono celebrativo. Più di quello di Mozart, il Requiem di Cherubini piaceva a Beethoven che affermava: «Un Requiem deve essere una commemorazione malinconica dei morti. […] Deve essere una musica calma; non c’è bisogno della tromba del Giudizio: la commemorazione dei morti non richiede strepito». Cherubini, dunque, sceglie il tono solenne e distaccato di una composizione scritta per l’umanità, rifuggendo da accenti patetici o malinconici che avrebbero conferito un carattere intimo, estraneo alle idee del compositore.
Luigi XVIII
Del resto non compaiono voci solistiche, perché la loro presenza avrebbe interrotto l’effetto della collettività in preghiera, concentrando troppo l’attenzione su singoli elementi, mentre è il “tutto”, la dimensione antisoggettiva che stanno alla base della composizione. Come afferma Degrada, «a differenza della musica dei giovani compositori romantici che tanto l’ammiravano, la musica di Cherubini non allude mai: afferma. Essa è la concretizzazione di un mondo di idee organizzato in una visione dell’arte e del mondo che ha una saldezza granitica e che viene esibita con un rigore morale e una fermezza che potevano suggerire a Robert Schumann il paragone con Dante».
Introitus et Kyrie
Pur rinunciando al timbro dei violini, il compositore costruisce la partitura affidando all’orchestra la parte cantabile (nel mirabile impasto tra fagotti e violoncelli), e al coro un ruolo quasi di accompagnamento, fascia sonora che solo raramente si innalza dal registro medio. Tutto ciò concorre a creare il colore scuro che segna l’apertura e domina buona parte della composizione. Il linguaggio è scarno, le armonie “povere”, tutta l’attenzione si concentra dunque sulle parole, scandite e ripetute, sempre chiare e mai confuse da artifizi contrappuntistici.
Graduale
Separato armonicamente, ma naturale appendice dell’Introitus, il Graduale riduce ancora di più le forze in campo, un effetto di assottigliamento il cui scopo è quello di far risaltare l’impatto del «Dies Irae».
Dies Irae
Un colpo di tam-tam, dopo gli squilli degli ottoni, dà il via alla descrizione del giudizio universale: un inizio molto teatrale che ricorda certe esplosioni di temporali nel melodramma ottocentesco, anche per l’uso degli archi (compresi i violini) che hanno veloci note ribattute in pianissimo. Il senso incalzante del ritmo è inoltre accentuato dal semplice espediente di far cantare al coro una medesima melodia spostando però l’attacco degli uomini una battuta dopo quella delle donne. Si innesca così un “inseguimento” che, pur nella sua evidenza, non manca di creare una certa tensione; l’implacabile meccanismo travolge il «Tuba mirum» e si placa solo al «Salva me» per poi riprendere, ancora più frenetico, al «Confutatis maledictis». Le varie parti della lunga sequenza («Dies Irae», «Tuba mirum», «Rex tremendae», «Salva me», «Recordare», «Confutatis maledictis», «Voca me», «Oro supplex», «Lacrymosa») oltre a questo tratto comune nell’uso del coro, sono assecondate in tutte le pieghe del testo in modo quasi didascalico: dalla solenne fanfara del «Tuba mirum» si passa alla preghiera accorata del «Salva me». L’ira del «Confutatis» trova la giusta espressione nelle risorse del contrappunto, mentre la fiducia nella salvezza eterna («Lacrymosa») si riflette nella pacata armonia del canto, poggiata su una fascia orchestrale quasi trasparente ed immobile.
Offertorium
Si ripete lo schema già collaudato dell’Introitus, con l’orchestra che torna a muoversi e a cantare mentre il coro scolpisce le parole con un solenne andamento omoritmico. Al versetto «Quam olim Abrahae promisisti, et semini ejus», Cherubini, in ossequio ad una tradizione consolidata, imposta una fuga magniloquente, prova significativa della sua fama di abile contrappuntista. Anche in questo caso però l’architettura salvaguarda la comprensibilità del testo e dove le parole si sovrappongono Cherubini le ripete finché non siano emerse in tutta la loro pregnanza.
Sanctus
L’orchestra al completo (con trombe, tromboni e corni sempre in evidenza) ed il coro quasi sempre nel registro medio-alto, rendono imponente e sfarzosa la celebrazione della gloria divina in questa breve ma intensa pagina. Il metro ternario conferisce inoltre una fierezza che trova la logica conseguenza nell’invocazione «Hosanna in excelsis», perfetto esempio di concordanza tra testo e musica.
Pie Jesu
La preghiera per le anime defunte diviene, tra le mani del compositore, un’elegante melodia che si snoda per otto battute e ritorna più volte tra le varie voci, un leitmotiv sapientemente costruito per imprimersi nella memoria dell’ascoltatore. L’orchestra accompagna sempre in pianissimo come se non volesse “disturbare” il movimento delle voci, e solo qua e là clarinetti e fagotti impreziosiscono la partitura con la loro particolare sonorità.
Agnus Dei
Il coro implora la pace eterna, e l’Agnello di Dio viene invocato per tre volte con grande energia. Cherubini alterna in modo netto forte e piano e, dopo aver infiammato la parte centrale («Lux aeterna»), nel finale in pianissimo si allontana dalla preghiera esteriore, quella declamata, per concentrarsi sul silenzio dell’interiorità che mano a mano dilaga nella partitura.
Testo
1. – INTROITUS
Requiem aeternam dona eis, Domine; et lux perpetua luceat eis.
Te decet hymnus, Deus, in Sion, et ubi reddetur votum in Jerusalem; exaudi orationem meam; ad te omnis caro veniet.
Requiem aeternam dona eis, Domine; et lux perpetua luceat eis. Kyrie eleison; Christe eleison; Kyrie eleison.